Istria come terra di antica civilt

Gente fiera di essere italiana

Venivamo dall’Istria. Alcuni dalle cittadine o dai paesi della costa, con ancora il salso del mare nelle narici o tra i capelli scomposti da una bora tesa e fredda.

Altri dai villaggi dell’interno, abbarbicati sulle colline tra il verde ondeggiare degli ulivi e le strisciate rocciose del Carso. Gli uni e gli altri abituati a lavorare la terra sui gradoni terrazzati, per ripianare i lunghi pendii, dei tanti campetti coltivati dopo faticosissime zappature a mano e in profondità di argilla rossastra.

Campagne che venivano ad essere come un succedersi continuo di orti, frammisto e nascosto da tanti alberi e con rare casupole di sasso, dove far riparo agli arnesi o trovar rifugio dagli acquazzoni e dai temporali.

Venivamo da un mondo diverso, rispetto a quello che l’Ente Nazionale per le Tre Venezie - approvato dal Ministero dell’Agricoltura e Foreste a norma della legge 31 marzo 1955, n. 240 - stava allestendo al Dandolo di Maniago per i coltivatori diretti profughi giuliani. Troppo diverso.
Dalle colline istriane alla spianata delle vaste praterie del Pordenonese.

Il Piano per la sistemazione stabile dei contadini istriani prevedeva - come primo criterio guida - di insediare gli esuli ’in zone aventi caratteristiche il più possibile consimili a quelle della località di provenienza, sia dal punto di vista ambientale che agrario’. Solo i dolci declivi delle Marche o, per stare più vicini, i sussulti altimetrici del Montello o le alture del Coneglianese avrebbero potuto richiamare la conformazione dei morbidi pianori istriani. Quelli del Piano sapevano anche che le nostre famiglie venivano: il 20% da località costiere a tipico indirizzo ortofrutticolo, il 40% da zone di indirizzo cerealicolo-zootecnico e il rimanente 40% da plaghe a prevalente ordinamento viticolo-zootecnico; e che mandavano nei 57 fabbricati poderali e sulle proprietà contadine pluvirrigue di 12 ettari, in media, nuclei familiari di cinque componenti con tre unità lavorative. Ma cosa si poteva pretendere di più, in una Italia in lenta ripresa postbellica, dove ognuno e tutti eravamo intenti a rimarginare ferite? Rimaneva intatta però la diversità. E non solo quella dei terreni. Il potente materasso ghiaioso delle praterie friulane, attraverso il quale le acque piovane penetrano rapidamente senza lasciare nello strato superficiale agrario l’umidità sufficiente per la vegetazione delle piante coltivate, era quasi l’esatto opposto dei terreni densi e pesanti dell’Istria. Uno sfalcio annuale di magrissimo fieno su terreni disabitati e incolti contro una molteplicità dei nostri ’orti’ a piselli, pomodoro, zucchine e melanzane... e vino e olio di pregiate e ricercate qualità. E mentalità e consuetudini e tradizioni e circostanze scolpite e desunte da ambienti così tanto dissimili, accanto al denominatore comune di essere italiani, cattolici, gente semplice e sobria, laboriosa e tenace. Riservata e spigolosa magari, ma paziente, educata, rispettosa del prossimo e delle sue cose. Gente cresciuta col chiodo della sussistenza in autonomia, di una dignitosa povertà, di un lungo allenamento alle difficoltà e ai conseguenti sacrifici. Senza troppe imprecazioni ma anche senza sconti davanti alle autorità e alle Istituzioni. Con la tipica fierezza di chi sa di poter bastare a sì stesso e alla propria famiglia attraverso il lavoro.

Grazie all’esistente disponibilità di acqua dei sovrastanti serbatoi idroelettrici e delle opere irrigue di trasporto e distribuzione, in parte già eseguite dal Consorzio di Bonifica Cellina-Meduna, i contadini istriani sono riusciti a rendere produttivi i poderi loro assegnati a riscatto trentennale e col criterio basilare della ’sopportabilità’. A rendere veramente sopportabili i primi anni di lavoro e di magri raccolti, ha provveduto la bontà (e la autentica solidarietà) della gente di Maniago e dintorni, paziente e generosa nel dilazionare i pagamenti e nell’attesa che quella terra diventasse fertile sotto la schiena dei nuovi arrivati.

Che alcuni avevano scambiato... per slavi, ignorando con ciò che nessuno come un istriano si sente figlio di Roma di Aquileia e della Serenissima Venezia e... fin troppo italiano.
Non sono mica in molti a sapere, infatti, che la Venezia Giulia, di cui l’Istria è stata parte fondamentale, era fino al 1945 tra le Regioni più progredite d’Italia, ed aveva il primato del maggior numero di caduti durante l’ultimo conflitto mondiale (ben 23.735 morti con 30 caduti per mille abitanti, contro il 16/1000 del Friuli e il 10/1000 delle altre Regioni italiane).

Le attività marinare, lo spirito di intraprendenza, i cantieri navali, il tessuto artigianale e una variegata produzione agricola avevano portato la Venezia Giulia tra le otto Regioni più ricche d’Italia come confermano alcuni significativi dati, e tra questi: nel 1938 un giuliano consumava 28 kg di carne mentre il consumo medio nazionale era di kg. 19 (26 in Piemonte e 7 in Sicilia); di bevande vinose 64 litri contro i 54 della media nazionale; di tabacco gr. 1050 contro g. 633 della m.n.; per spettacoli lire 4,43 contro lire 2, 22 m.n.; su 1000 abitanti 25 reati contro una media nazionale di 35.

Forse si deve alla nostra lunga e millenaria esperienza di civiltà e civismo, di una distillata formazione reli- Il bar-trattoria del ’Dandolo’.

giosa e di un profondo rispetto per la vita propria e altrui, se l’esodo di oltre 350.000 fratelli - sparpagliati e dispersi per tutto il mondo compresa l’Australia - è avvenuto dentro una sofferenza piena di ordine e di autocontrollo. Senza violenze, proteste o gesti sconsiderati, che le atroci efferatezze subite e la tragedia delle foibe avrebbero comunque giustificato.

Abbiamo dovuto lasciare tutto, tutto..., persino i cimiteri. E ci sono, ancora oggi, istriani, fiumani e dalmati che pagano ogni anno una cifra considerevole, perché di l’ rispettino le tombe. I nostri morti hanno cognomi italiani e veneziani, e ciò - purtroppo - disturba ancora chi ha avuto l’Istria come bottino di guerra.

Col primo maggio 2004 la Slovenia entra nell’Unione Europea.

Sia la benvenuta e abbia cura delle nostre lapidi.